Chardonnay dagli USA al Friuli

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Lo Chardonnay sebbene non sia il vitigno bianco più coltivato a livello mondiale in termini di quantità (il primato spetta all’insospettabile e pressoché sconosciuto Airèn), è senzaltro il più conosciuto.

Per capire quanto sia diffuso lo Chardonnay basta fare un semplice esperimento: collegarsi ad un sito di e-commerce di vino e selezionare come unico filtro il vitigno. Quello che ho guardato io ha a disposizione 11 pagine di Chardonnay: per quanto riguarda l’Italia sono rappresentate 12 regioni, dalla Val d’Aosta alla Sicilia, e poi Francia (con tre zone diverse), Australia, Nuova Zelanda, Cile, Stati Uniti e Israele.

Le ragioni per le quali lo Chardonnay è così diffuso sono principalmente tre:

  • si coltiva con successo a tutte le latitudini del globo e non ha particolari esigenze né di clima né di territorio.
  • il vino Chardonnay è un prodotto molto più di cantina che di territorio, o per dirlo in altri termini, Chardonnay prodotti dalle stesse abili mani in zone totalmente diverse del globo, risulterebbero molto simili.
  • è un vitigno molto versatile, si possono ottenere eccellenti risultati dagli spumanti ai barricati. Lo Chardonnay è il vitigno bianco di Champagne e Borgogna. Non c’è molto da aggiungere.

Ecco cosa abbiamo assaggiato a Casale Monferrato, in una serata dedicata allo Chardonnay, introdotta da Fabio Gallo e condotta con esperienza dal nostro delegato Daniele Guaschino.

Vie di Romans, Ciampagnis Vieris, 2014. giallo verdolino intenso, abbastanza consistente. Naso fine di mela verde, erbe aromatiche, leggera nota di fungo, più sapido che fresco, alcol evidente con finale forse un po’ verde. Alla distanza questo vino si rivelerà uno dei preferiti per l’interpretazione fresca e dissetante senza rinunciare alla complessità. Forse è quello che comprerei più volentieri.

Gaja, Rossj Bass, 2014. giallo paglierino che tende a spegnersi verso il bordo. Al naso mostra note più evolute di fiori gialli, pesca gialla, erba appena tagliata. La fermentazione malolattica a cui è sottoposto questo fino gli dona più morbidezza e struttura. È più bilanciato ma non sono così sicuro sia un bene. Il finale è un po’ acerbo.

Antinori, Cervaro della Sala, 2010. l’unico blend della serata, è 90% Chardonnay e 10% Grechetto. Giallo oro intenso, opulento fin dal colore. Miele, frutta tropicale, spezie e burro. Dopo un po’ emerge una chiara nota di caffè. In bocca è sorprendentemente fresco nonostante la nota burrosa. Nemmeno in questo caso personalmente è scattata la molla, ma si tratta comunque di un vino fatto ad arte.

Cantina di Terlano, Rarità, 1998. i vini Rarità nascono dalla mano di Sebastian Stocker, ex enologo della Cantina di Terlano, che decise di imitare i colleghi francesi iniziando a far maturare i vini per lunghi periodi sui lieviti fini. Oggi, solo le annate migliori di diversi vini, vengono fatte maturare per 1 anno in botti di rovere per poi essere travasati in fusti di acciaio dove riposano da 10 a 30 anni. Quando si ritiene che il vino sia pronto vine imbottigliato e lasciato in bottiglia per almeno altri 4 o 5 anni prima della commercializzazione.
Questo Chardonnay rarità è giallo dorato intenso di grande consistenza, finezza e complessità. Frutta tropicale, ananas e banana, note più evolute di funghi, vaniglia e menta, cannella, roccia. Nel 1998 bevevo più che altro cocacola e qualche superalcolico da poco, e questo vino era già nato, e stava già maturando, nell’attesa di essere assaggiato quasi 20 anni dopo! Fascino.

Philippe Glavier, Champagne la gràce d’Alphaèl. Di un bel paglierino brillante, profuma di torta di mele e di pasta frolla e scorza d’agrumi. Freschissimo come da attese, ha anche una buona sapidità. Sul finale lascia in bocca frolla e limone.

Puligny Montrachet 1er cru Clos du Cailleret 2008. Il campione della serata quasi per acclamazione. Non c’è niente da fare, quando i Francesi giocano in casa è difficile stargli dietro. Eleganza ai massimi livelli, limone e bergamotto, ma anche ananas e pietra bagnata, erbe officinali. Fresco e sapido, di buon corpo, ha un finale lunghissimo di scorza di agrumi. La Finezza.

Chablis 1er cru Montée de Tonnere 2003 Ravenau. Peccato. Due bottiglie su tre ci dicono essere imbevibili, e la terza è in piena ossidazione. Non giudicabile.

Kistler, Hyde Vineyard Carneros, 2006. Pamela Anderson in Borgogna. Lo stile è quello borgognone, il risultato è USA, fotografia di quell’America nella quale le cilindrate delle macchine partono da 3000, dove la M equivale alla nostra XL, dove l’hamburger è di mezzo kilo, e le bagnine sono come Pamela Anderson. Sono certo che sappiano essere anche eleganti, ma non è questo il caso.

 

Quel che rimane

Il migliore della serata è stato senzaltro il Puligny Montrachet, anche se il Vie di Romans, per immediatezza e bevibilità, è probabilmente quello che terminerebbe prima durante una cena.
Il pregio del vitigno Chardonnay si dimostra, per il mio modestissimo parere, anche il suo limite. Il contributo del territorio è quasi sempre marginale, ed è quindi difficile trovarne espressioni che non ricalchino gli stili in voga, spesso un po’ troppo uguali fra loro.

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Article by denis

Comments: 3 replies added

  1. cathykn 7 maggio 2017 Rispondi

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  2. alangcreech 19 maggio 2017 Rispondi

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